Partito Democratico: D’Alema dice basta al leaderismo plebiscitario

Normalmente mantiene la calma e ha il sangue freddo. In questo caso, si direbbe che D’Alema ha sbottato.

Forse, come la maggior parte degli italiani di sinistra, non ne può più di tanta “incapacità politica”. Da un lato c’è chi vuole un partito democratico “popolare”, forse sarebbe meglio dire “populista”. Chi vuole il nuovo ma non sa trovare “nulla di nuovo”, se non facce nuove, ma con idee confuse e i modi impacciati, poco efficaci, a volte goffi. Scimmiottare il cambiamento introdotto da Berlusconi e dalla vecchia Forza Italia non è una mossa vincente.

Dall’altro lato c’è lui, l’antipatico. Uno dei pochi leader della storia repubblicana che non ha mai messo la faccia in campo. La sua arte si. La sua politica pure. Ma la faccia non ce l’ha mai messa, almeno non l’ha mai candidata al governo del paese. Mai si è presentato alle primarie e tantomeno si è presentato come premier. Una carenza grave, se si considera che stiamo parlando dell’unico vero esponente di spicco del Partito Democratico.

Nonostante tutto, la visione di D’Alema non è contestabile. Anzi, è apprezzabile. Lui difende gli “apparati” e contesta chi li indica come responsabili delle sconfitte elettorali del PD. L’apparato è uno strumento del partito e gli strumenti non hanno responsabilità se sono mal funzionanti causa incapacità di chi li deve utilizzare. Un coltello taglia solo dalla lama dentellata, così come un trapano buca le pareti se ci si mette la punta.

Così come è giusto che non apprezzi l’etichetta di “responsabile dell’affossamento del PD”. Non è completamente innocente. Lo sa bene anche lui. Ma non è neanche l’unico responsabile. Veltroni, ad esempio, con mossa sorniona e poca leadership ha fallito più di quanto Massimo D’Alema si sia mai impegnato a fare. Se non altro perchè non ha saputo imporsi.

E’ così che il giorno dopo la convention organizzata da Veltroni, D’Alema analizza la vicenda italiana degli ultimi quindici anni e rilancia la sua idea di partito. Che deve scacciare le suggestioni leaderistiche e tornare a fare politica. Cosa che, spiega il presidente di Italiani Europei, al congresso di ottobre non si potrà fare. “Bisognava cominciare da una discussione seria e libera e poi, dopo, pensare alle candidature. Ora è necessario liberarsi di un progetto di partito che ha chiuso in una gabbia troppo asfittica il Pd”. Non cita Veltroni ma il destinatario di queste parole sembra proprio l’ex segretario.

D’Alema critica lo statuto del partito, sostenendo “l’impianto costitutivo tradisce l’impronta culturale antipolitica” e la conseguenza di questo “è che andiamo a un congresso in cui non si può parlare di politica”. Poi spiega: “Se c’è un poveretto che è iscritto al Pd ma a cui non piace nessuno dei candidati alla segreteria non può dire la sua perchè lo si può fare solo se si appoggia una candidatura”.

La visione veltroniana non solo si è svuotata di forza e di contenuti, ma non ha nemmeno saputo reinterpretare o inviduare nuovi strumenti perpotersi realizzare. Veltroni aspira al partito berlusconiano, ma non ha la forza di realizzarlo. Così D’Almena riflette: “Alla nascita del Pd ha presieduto lo stesso spirito del 1992-’94, con esiti analoghi e perfino più negativi, uno spirito di antipolitica, una sorta di berlusconismo debole articolato su capo, media e massa. Ma nel centrodestra tutto questo è strutturato mentre dalle nostre parti è debole”. Una tendenza che ha avuto come un esito fallimentare per i democratici: “Aver affrontato l’antipolitica della destra sul suo stesso terreno ha portato alla rapida successione di rovinose sconfitte dell’ultimo anno e mezzo”.

La strada da seguire per far rinascere il Pd, per D’alema, è quella di darsi “regole di partito perchè ora l’impianto costitutivo tradisce l’impronta culturale dell’antipolitica”. Con buona pace di quel bipartitismo caro a Veltroni: “Non ci credo, non perchè sia un male in sè, ma perchè non c’è nella realtà italiana. I partiti sono il frutto della storia, non li si può imporre per legge”.

Il “nuovo” prima di essere messo in campo, deve esistere e, sopratutto, deve essere in grado di emergere autonomamente. Una pianta non cresce se la si estrae dal terreno. Al contrario cresce se riesce a rompere il terreno autonomamente. E’ vero che il Partito Democratico ha lo stesso gruppo di­rigente dei tempi di Bush pa­dre. Ma è anche vero che non si può spacciare per nuovo ciò che non è all’altezza del vecchio. Al momento, grandi pensatori innovativi mancano e lo si desume dal fatto che non si sentano “discorsi degni di nuovi ideali o valori”.

D’Alema non avrà idee nuove, ma almeno sa leggere il presente. Tuttavia, se i politici tendono ad essere rappresentati come burattini tirati da fili in mano ai poteri forti, Massimo D’Almena fa eccezione. Nella sua storia politica recente si è ricava il ruolo di “mangiafuoco” e non di pinocchio. E’ sempre stato un passo dietro al fronte di guerra. Non ha mai lasciato la sua stanza dei bottoni. Non si è mai messo in prima linea.

Se è condivisibile la sua analisi, non si può non riflettere su quanto possa essere utile una mente lungimirante che parla e agisce poco. Quanto possa essere utile un “soldato” che non faccia la guerra sul campo, (alias opposizione), ma che avanza al fronte coperto da un amico. E viene da chiedersi a cosa serva un ambasciatore della politica che non veicola messaggi, ma che li consiglia al sovrano di turno (alias candidato), perchè lo consegni lui stesso.

Delle due l’una. O D’Alema ammette la sua “vigliaccheria politica”, che lo porta ad avere le mani in pasta senza passare per la cucina. Oppure si limiti a mangiare le minestre, riascaldate o meno, che offerte dal Partito.

2 Risposte

  1. io vorrei dire basta a D’alema… se non è lui ad essere la prima ballerina, è un fomentatore di divisioni.

  2. d’alema deve dire basta a se stesso.peppe

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