Ci Volevano Maggi e Malagutti, per trovare un articolo dignitoso, su l’espresso, che commentasse in chiave non “correntista” l’attuale situazione economica.
La politica italiana sbandiera il baluardo della “crisi economica” quotidianamente a seconda delle correnti che vuole intercettare. Tesoretti, prima apparsi, scompaiono e le famiglie si trovano sempre di più a fare i conti il problema della quarta settimana. Che non è esattamente uno slogan, ma una realtà sempre più diffusa.
Si parla di speculazione, di caro petrolio, di crisi economica, politica, finanziaria. Ma in fondo qualcuno si domanda come funzionano certi meccanismi? Siamo sicuri che tutto va a rotoli? Che sia l’intero sistema a collassare insieme ai nostri portafogli? O qualcuno che ci guadagna c’è sempre e basta intercettarlo per racimolare qualche “profitto” inaspettato?
Ecco i settori che non solo galleggiano, ma fanno surf con il vento in faccia: l’impiantistica petrolifera, l’energia alternativa, i fertilizzanti per l’agricoltura, l’hard discount nel commercio, le consulenze.
Un breve estratto dall’articolo:
“Le aziende di questi settori fanno utili a palate. E poi investono, assumono, mettono in cantiere nuovi piani di espansione. Sono aziende che viaggiano con il vento in poppa. Il vento della crisi.
Lo stesso che fa sbandare l’economia da un capo all’altro del pianeta. Non c’entra la speculazione. Le imprese che marciano controcorrente spesso danno lavoro a migliaia di dipendenti, sono multinazionali oppure semplici idee che stanno prendendo forma.
Succede semplicemente che il terremoto di questi mesi finisce in molti casi per aprire nuove prospettive di profitto. L’economia globale arranca e i problemi altrui possono diventare fattori di successo per molti imprenditori. Perfino la fame può diventare un’occasione eccezionale per moltiplicare i profitti.”
Ed ecco alcuni nomi:
La statunitense Monsanto o la svizzera Syngenta che producono e commercializzano erbicidi, pesticidi, sementi, Ogm compresi. Fanno utili! C’è una forte domanda di tutto ciò che può aumentare la quantità di raccolti in agricoltura. I profitti del gigante canadese Potash, che produce potassio e nitrati destinati all’agricoltura, sono quasi triplicati nel primo trimestre dell’anno: da 198 a 566 milioni di dollari.
In giro c’è una gran sete di petrolio, i prezzi vanno alle stelle e la bolletta energetica diventa un incubo per la gran parte del sistema industriale. Così fanno profitti le imprese che trivellano! Risultato: per chi si occupa di tecnologie legate ai pozzi oppure costruisce impianti petrolchimici è appena cominciata una nuova età dell’oro.
L’italiana Saipem, storica azienda del gruppo Eni, che in un contesto di ribassi generalizzati, è riuscita fin qui a tenere le posizioni e ha chiuso il 2007 con profitti più che raddoppiati a 867 milioni di euro su 9,5 miliardi di ricavi.
La Trevi di Cesena, specializzata nella progettazione e costruzione di pozzi petroliferi, sta andando a gonfie vele. L’ultima commessa importante è arrivata ai primi di luglio dall’Iraq, impegnato a riportare la propria capacità produttiva ai livelli d’anteguerra (capite perché siamo andati in missione di pace?).
La notizia ha dato nuovo smalto in Borsa all’azienda della famiglia Trevisan, già cresciuta di oltre il 20 per cento dall’inizio dell’anno. Una performance straordinaria, se si considera che a Milano i titoli in rialzo dall’inizio dell’anno sono meno di una dozzina. Tra questi ce ne sono almeno due che cavalcano l’onda del business petrolifero ed energetico. La Tenaris dei Rocca, un gigante di stazza mondiale che produce tubi di acciaio senza saldatura per l’industria energetica, ha fatto addirittura un balzo del 40 per cento e più in questo 2008 da tregenda per i listini.
Reduce da un primo trimestre d’oro (ricavi in aumento del 70 per cento e utili netti quasi quadruplicati), la Maire Tecnimont dell’imprenditore romano Fabrizio Di Amato ha fin qui mantenuto le promesse fatte agli investitori sette mesi fa, quando si è quotata in Borsa: rispetto al prezzo di collocamento la quotazione è cresciuta del 45 per cento. Merito soprattutto del boom degli ordini per nuovi impianti, dalle raffinerie alle centrali a gas.
Il caro petrolio ha avuto l’effetto di un toccasana anche per la Landi Renzo, l’azienda emiliana specializzata nei sistemi di alimentazione a gpl e metano per le auto. Fatturato e utili nel 2007 sono aumentati del 16-17 per cento e in questi mesi la crescita ha preso nuovo slancio (più 20 per cento i ricavi nel primo trimestre). La Borsa apprezza: nel 2008 il titolo ha guadagnato addirittura il 60 per cento.Questa però è l’energia vecchio stile. Quella che viene dal petrolio e dai suoi derivati.
Il boom dei prezzi e quello dei consumi a livello mondiale, unito al timore di restare a secco in un futuro non troppo lontano, hanno avuto l’effetto di rilanciare alla grande le cosiddette fonti alternative, dal solare all’eolico. Si spiega così la crescita record di gruppi come la spagnola Gamesa, la danese Vestas.
In Italia si discute molto di energie alternative, ma il mare di parole non ha sin qui prodotto niente di paragonabile alla crescita esponenziale di Paesi come la Germania. Da noi ci sono operatori come la Ivpc della famiglia Vigorito e la Fri-El di Bolzano che dichiarano di puntare addirittura alla quotazione in Borsa. La Sorgenia del gruppo De Benedetti (editore de ‘L’espresso’) ha comprato di recente un parco eolico in Francia. A parte giganti come Enel ed Edison, gli altri investimenti di una certa consistenza portano il marchio di gruppi petroliferi come Erg (Garrone) e Saras (Moratti). Un modo per diversificare impiegando una quota (piccola) degli enormi profitti realizzati con l’attività tradizionale.
Dal vento al sole il discorso cambia poco. Sono molti gli investitori che si gettano nella mischia, ma nel nostro Paese le realtà di una certa consistenza sono ancora poco numerose. Il business dell’energia alternativa a volte diventa la scommessa di imprenditori che si sono sempre occupati di tutt’altro. È il caso del gruppo Idrocentro di Cuneo, da sempre specializzato nell’edilizia, che qualche anno fa è stato il primo a importare la tecnologia della californiana Uni-Solar, e che con i sistemi fotovoltaici ha fatturato 6 milioni nel 2007 e ne farà 15 quest’anno.
La stessa tecnologia è stata adottata anche dalla Brollo Solar del gruppo Marcegaglia, che chiuderà il 2008 con ricavi per 30 milioni di euro e scommette sul raddoppio già l’anno prossimo. In crescita rapida è anche una start-up di Mezzago, alle porte di Milano. Operativa dal 2007, si chiama Solarday è ha chiuso in utile il primo esercizio, in cui ha fatturato 20 milioni producendo 32 mila moduli fotovoltaici. Per quest’anno, l’obiettivo è di produrne 100 mila, di moduli, e di incassare 70 milioni di euro. Appena possibile, probabilmente a fine 2009, i cinque soci fondatori vogliono quotare la loro azienda in Borsa. Una curiosità: il 60 per cento degli operai di Solarday è rumeno e il 70 per cento della produzione è venduta all’estero, soprattutto in Spagna e in Germania.
Piccole cose. Realtà marginali, almeno per il momento. Ma l’importante è cogliere al volo l’occasione. Prendere la rotta giusta in un mondo che si avvia verso la rivoluzione energetica, innescata dal boom dei prezzi delle materie prime.
Il consumo di farmaci generici, per esempio, non fa che aumentare. È un business ancora marginale (4-5 per cento circa del totale della spesa farmaceutica), ma cresce a ritmi del 20-25 per cento annuo e vale ormai 400 milioni di euro. Tra i big ci sono la tedesca Ratiopharm e l’israeliana Teva, mentre la principale realtà italiana è la Doc Generici, controllata da Gruppo Chiesi e Zambon Group.
Dopo anni di fiacca, la crisi rilancia soft e hard discount, tra le poche formule della distribuzione a crescere in maniera generalizzata nel corso del 2008. Nei primi sei mesi dell’anno alcune catene hanno messo a segno incrementi di fatturato in doppia cifra. Tra queste c’è la In’s del gruppo veneto Bastianello (proprietario anche del Pam). L’aumento di clientela e di ricavi è cominciato nel settembre del 2007. E nel primo semestre gli oltre 270 punti vendita della In’s hanno aumentato gli incassi del 10 per cento. Affari scontati per un’economia in crisi.
Questo articolo, che consiglio di leggere per intero, è molto più di una semplice documentazione sui settori che tirano. E’ la smentita che “le crisi del capitalismo” sono sempre generalizzate e senza via di salvezza. I settori che tirano sono quelli che soddisfano “le potenziali soluzioni alla crisi” e rappresentano i nuovi potenziali investimenti ad “alto profitto”. Se avete risparmi sapete dove, al momento, è conveniente dirottarli!
Postato in: Economia | Messo il tag: agricoltura, crisi, Economia, economia mondiale, elolica, energia, fertilizzanti, investimenti, mercati finanziari, multinazionali, nucleare, profitti, solare
Un uomo che pensava ad un mondo libero e democratico. Un uomo che ha espresso dissenso contro massoneria e organizzazioni segrete.
Un uomo che ha tentato di contrastare i poteri della FED e gli interessi privati dei suoi proprietari.
Un uomo che oggi non c'è, ma che ci ha lasciato idee e valori per costruire un mondo realmente libero e democratico.

l’espresso!!! me l’ero scordato! corro in edicola! ;-)