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Spedizione Nanga Parbat - Karl Unterkircher

Luglio 17, 2008 · 6 Commenti

Questo post è stato aggiornato con una raccolta di materiali trovati da diverse fonti disponibili on line per vedere l’aggiornamento cliccate qua: Tutto sulla spedizione al Nanga Parbat

Continuano le notizie sulla spedizione al Nanga Parbat in cui Karl Unterkircher ha perso la vita cadendo da un crepaccio. I suoi due compagni di avventure, Nones e Kehrer, ora si trovano a 6.700-6.800 metri e verranno raggiunti domani con un elicottero pachistano. Qualche preoccupazione sulla loro vita si è avuta nelle scorse ora poichè avevano spento il satellitare. Forse per risparmiare le batterie. Nel frattempo dall’Italia è partita la spedizione del Comitato EverestK2Cnr che dovrà trarli in salvo.

Corriere.it e Repubblica.it pubblicano notizie e particolari della spedizione. La repubblica.it propone un articolo sul “La montagna mangia uomini”. Sono decine, infatti gli uomini morti sul Nanga Parbat. E’ la nona vetta più alta del mondo e una delle più mortali. Nella schiera delle vette da ottomila metri ha uno degli indici di mortalità più alti (intorno al 30%): su circa duecento persone che l’hanno scalata, sono più di sessanta quelli che non sono tornati indietro.

A tentare per la prima volta l’impresa, il 3 luglio 1953, fu l’alpinista austriaco Hermann Buhl (il suo sito ne racconta la storia con fotografie molto interessanti), che fu anche il primo in assoluto a realizzare la scalata di ottomila metri in solitario. Sul Nanga Parbat andò con una spedizione austro-tedesca. Prima di loro, erano già morte trentun persone cercando di salire la vetta. Nel giugno 1970 Reinhold Messner e suo fratello Günther furono i primi a conquistare la vetta arrampicandosi dalla parete meridionale, tra le più difficili, e per di più in stile alpino, cioè senza ossigeno e senza portatori. Ma proprio qui, il 29 giugno dello stesso anno, trovò la morte Günther Messner. Dopo aver conquistato la vetta, i fratelli Messner decisero di scendere dalla parete ovest, considerata più agevole. Una volta arrivati alle pendici della montagna, il ventitreenne Günther fu travolto da una valanga e morì. Nell’ agosto 2005 fu ritrovata la sua salma.

D’effetto è anche il video di una valanga ripresa da Karl stesso pochi giorni prima di morire. Esplicativa, al contrario, l’animazione che tenta di ricostruire l’incidente.

Un pò da tragedia rosa l’articolo sugli ultimi giorni di diario di Karl. Il titolo la dice lunga: Quella vetta mi ossessiona, ho paura ma continuerò.
La necessità di entrare sempre nel “sensitivismo” oltre che nel “sensazionalismo” non è giornalisticamente una scelta interessante. Per cui aspetterò che vengano pubblicati direttamente sul suo sito per raccoglierli come testimonianza.

Nei fatti Unterkircher, 38 anni, lascia la moglie Silke e tre bambini di tenera età. La costola di neve dove Unterkircher stava battendo traccia sarebbe improvvisamente crollata sotto i suoi piedi, facendolo precipitare nel crepaccio. A quell’altitudine e nella situazione data, i soccorsi sono praticamente impossibili, né si può utilizzare gli elicotteri a causa della rarefazione dell’aria.

A raccontare l’accaduto via telefono satellitare sono stati i suoi compagni di cordata Nones e Kehrer, dopo una terribile notte passata all’addiaccio nel disperato tentativo di salvare il loro amico. Kehrer e Nones, dopo aver dato l’annuncio in Italia, sono ora costretti ad andare avanti. “Tornare a valle per la stessa via è impossibile”, ha spiegato Herbert Mussner (manager di Karl).
Proprio ieri ha dichiarato: “Alle sei di questa mattina mi ha chiamato Simon dicendo che Karl era caduto in un crepaccio e che il suo corpo era coperto di neve. Vista l’impossibilità di recuperarlo con i mezzi a disposizione, Nones e Kehrer hanno deciso di proseguire con la scalata”.

Anche la moglie di Unterkircher, Silke, raggiunta per telefono da Sky ha difeso il comportamento dei colleghi: “Certamente hanno fatto di tutto per salvarlo. Purtroppo, per quello che so, ci sono pochissime speranze”. La donna ha avuto anche la forza di raccontare che “Karl era partito il 7 giugno… Era quello che amava fare…”.

Apprezzo molto il comportamento della moglie che, non potrebbe essere altrimenti, sa bene che delle proprie passioni si può morire e che, in quelle situazioni, ognuno deve preoccuparsi della propria vita.
A quota 6.000, 7.000 o più in alto un errore è fatale e, quando accade, lo si paga con la vita. Questa consapevolezza ce l’hanno tutti gli alpinisti.

Deplorevoli furono, infatti, le accuse a Reinhold Messner quando, sulla stessa vetta, scomparve il fratello.

Indicativa di uno stile di vita e di una passione per la vetta e la montagna è l’affermazione di Messner durante l’intervista: La partenza è la fase più difficile. E anche per Karl non sarà stato facile. Ma poi quando siamo in montagna facciamo il possibile per sopravvivere. Le nostre famiglie, le nostre mogli sanno che quella è la nostra vita.

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